Flashforward – missione 3 (07)

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La villa (07) ~ La Naiade

Si avviarono verso la prova successiva, chiedendosi di chi fosse il turno. Beatrix era sicura toccasse a lei, visto che aveva saltato il suo. Rimase a guardare le porte che mancavano oltre a quella che stavano oltrepassando e ne contò due più una scala. Quante altre prove mancavano? C’era anche un piano superiore, ne avrebbero trovate altre lì? Il nuovo presentatore aprì le braccia e questa volta fu la voce di una donna ad accogliergli. «Benvenuti! La sfida di adesso sarà un bel duellino tra me e la Naiade!» Si tolse il mantello e lo lasciò scivolare a terra. L’armatura finemente lavorata le ricopriva il corpo, ma non ne nascondeva le forme provocanti. Data la forma così attillata, si trattava quasi sicuramente di una protezione magica. La Naiade salì sul palco, mentre gli altri si accomodarono sulle sedie.

«Non so se è una fortuna o no che abbia saltato il turno», ragionò Beatrix accarezzando i capelli di Pandora che si era sdraiata di nuovo sulle sue gambe.

«In che senso? Contro di me mica sarebbe stato ridicolo», biascicò Pandora.

«Non intendevo questo, più che altro chissà se si sarebbero inventati qualcosa…» Osservò la Naiade che aveva appena sguainato la spada.

La guerriera si mise in posizione, pronta a un combattimento che la spaventava. Nella mente si susseguivano gli scontri a cui aveva assistito: il modo assurdamente semplice in cui aveva perso contro Pandora; Kramer che senza pietà aveva preso una vita; Darkbolt che aveva massacrato il ragazzo e infine Blitz, che non si era fatto problemi a umiliare l’avversario con dei semplici trucchi. La donna davanti a sé aveva gli occhi scarlatti, illuminati dalla pazzia e accrebbe l’inquietudine della Naiade che divenne stupore alla vista dell’arma. Non aveva mai visto nessuno combattere con una catena acuminata. La impugnava da due anelli più grossi che la dividevano in tre parti, la parte centrale non era chiodata, a differenza dei due lati esterni che costituivano la parte d’attacco. Non aveva idea di come si usasse e, presa dall’ansia, puntò al corpo della donna.

«Che sta facendo? Non era un duello?» Pandora sgranò gli occhi guardando la ferita provocata dalla Naiade. L’avversaria trattenne il fiato. Non si aspettava un colpo del genere, le era stata descritta come un cavaliere, non come un barbaro. Non immaginava di combattere contro qualcuno che ragionava come Darkbolt. Non era pronta a ricevere il fendente che la colpì sul petto, in una zona non coperta dalla protezione. Si portò una mano sulla ferita osservando incredula il sangue. Era andata vicinissima a reciderle il collo, poco più su e l’avrebbe sgozzata. «È così che duelli? Cogliendo di sorpresa e non presentandoti? E così sia.» Ripresasi dallo sgomento, si raddrizzò e la catena sembrò prendere vita. Come i serpenti che alzano la testa per cacciare la propria preda, le punte della catena presero a levitare dal terreno. Con un gesto improvviso, indirizzò un lato verso la spada della Naiade e l’avvinghiò, bloccandone i movimenti. L’altro la colpì allo stomaco. La Naiade rievocò lo scontro contro Pandora: era immobilizzata, inerme, incapace. Senza darle tempo di riprendersi, la colpì con il lato acuminato della catena.

«Ma io non sono come te», sussurrò accorciando la distanza tra le due. Non la stava ferendo, la catena non si macchiò del suo sangue, tuttavia continuò a colpirla ripetutamente finché non perse conoscenza. La guerriera, delusa e offesa da quanto accaduto, osservò la spada rimasta incustodita. Fece scoccare l’arma avvolta attorno all’elsa e l’avvicino a sé. La prese e scese dal palco, lasciando al suo posto una sfera azzurra.

Blitz si avvicinò alla Naiade e curò le sue ferite. L’aiutò ad alzarsi, mentre gli altri osservavano la scena ammutoliti. Dai loro volti non traspariva cosa pensassero seduti ai loro posti, l’unica cosa certa era che non serviva battere l’avversario, ma allora perché erano stati sottoposti a un tale gioco?

«Dov’é Calibur?» chiese la guerriera guardandosi attorno.

«La spada? L’ha presa la tizia. Credo se la sia presa, l’hai quasi uccisa e doveva essere un duello…» cantilenò Pandora. Di fianco a lei, Beatrix fissava il pavimento, persa in chissà quali pensieri.

«E l’avete lasciata fare? Avete permesso che portasse via la mia arma?» Per la prima volta, la Naiade aveva alzato la voce.

«Devi essere tu in grado di difendere la tua arma, anche solo creando un rapporto di fiducia con i tuoi compagni, cosa che questo gruppo non sta facendo!» L’abituale aria scherzosa di Blitz aveva lasciato il posto alla sua preoccupazione più grande: avrebbero dovuto collaborare, ma nessuno aveva intenzione di farlo. Nessuno a parte la coppietta inquietante.

«Mi dispiace, Blitz. Non siamo un gruppo di avventurieri come tanti, che si fidano e che si conoscono da anni, che hanno superato avversità e bla bla bla. Siamo mercenari. Ci pagano, ci hanno messi assieme perché boh, chissà, forse siamo i migliori o forse siamo gli unici pazzi che hanno accettato. Non sono solo quelli di Karga a dover capire di cosa siamo capaci, ma anche noi dobbiamo capire cosa sanno fare gli altri e, purtroppo, noi siamo un gruppo che pensa solo alla propria pellaccia. Se uno non è in grado di sopravvivere da solo, resta indietro. Forse più avanti possiamo imparare a collaborare, ma per ora è presto.» Kramer sputò tutto quello che si stava tenendo dentro da un po’. Sia la Naiade sia Blitz non sembravano aver ancora capito che se avevano chiesto a loro, era perché necessitavano il recupero di quegli artefatti a ogni costo.

«Quindi è così. A nessuno importa dell’altro, neanche per puro spirito umano.» La Naiade era contrariata. Prendere coscienza di un tale concetto era per lei una delusione. Aveva creduto che la sua guida sarebbe stata una persona retta, fedele ai propri principi. Pandora scattò in piedi e aprì la bocca per rispondere a tono, quando Beatrix la fermò afferandole il braccio.

«Non so chi sei, non so che vita meravigliosa tu abbia fatto per poterti permettere di fidarti del primo venuto. Io ho imparato a mie spese che la fiducia va guadagnata. Ci tieni a quella spada? Bene, dimostralo recuperandola con le tue forze.» Con l’apatia di cui era solita, si alzò in piedi e si diresse verso la porta che si era aperta mentre discutevano. Il corridoio conduceva a una scala formata da pochi gradini che recava a una stanza di poco sopraelevata rispetto alle altre. Si trovavano su un soppalco che sovrastava una specie di conca che si incassava al piano inferiore, rocce alte e acuminate e il pavimento ricoperto da terriccio formavano un’arena più articolata e ricolma di luoghi in cui nascondersi e punti ciechi.

***

Chissà a chi tocca.


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