American Vandal [recensione]

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Avrei voluto aprire questa rubrica con un’altra serie, ma visto che ho appena terminato American Vandal, parto da questa. Sarà a metà strada tra la segnalazione e la recensione.

Avendo l’abbonamento a Netflix, segnalerò quelle serie che mi hanno colpito di più.  Non ci saranno recensioni come coi libri, qui andrò un po’ più di sentimento.

American Vandal è un mockumentary, ossia di un falso documentario come The Blair Witch Project.

Vi dirò la verità: l’ho iniziato pensando fosse vero.

Ne ho visti un po’ di documentari di Netflix, e questo che parlava dei vandali nelle scuole, mi ispirava parecchio. Peccato che a un certo punto mi assale il dubbio e vado a controllare. Possibile non aver mai sentito parlare di questa storia? Soprattutto di quel che accade nella stagione 2 (di cui mi partì il trailer)? E infatti è una fiction.

Un martedì all’uscita della scuola, i professori di un liceo scoprono che le loro auto sono state state vandalizzate con una bomboletta spray. Qualcuno ha disegnato dei peni sui ventisette veicoli e la colpa ricade su tale Dylan Maxwell. Le prove? Un certo Alex dice di averlo visto compiere il fatto e inoltre Dylan è un disegnatore di peni seriali. Li disegna ovunque. La storia non è altro che una parodia di un documentario che ho ancora in lista, sempre di Netflix: Making a Murder. Interessante notare come, nella finzione, quella che vediamo è la seconda versione di un’altra serie che Netflix avrebbe aiutato a migliorare con l’uso di droni e telecamere migliori.

Tuttavia non mi soffermerò sulla parodia in sé, quanto sulla trama. Per quanto possa sembrare ridicola l’indagine, gli effetti di una tale accusa mi sono apparsi fin troppo realistici. Non so esattamente come funziona la scuola in America, ma da quel poco che ricavo dai film, l’espulsione deve essere qualcosa di davvero grave. Molto più che da noi. Può far ridere questa cosa dei peni disegnati, ma la famiglia di Dylan avrebbe dovuto ripagare 100.000$ ai professori. Non una cifra irrisoria.

Peter e Sam, legati al telegiornale della scuola, decidono per cui di scoprire la verità e, come in una qualsiasi ricostruzione criminale che abbiamo visto in televisione, assistiamo a interviste in casa, alle riprese sui luoghi del delitto e alle porte sbattute in faccia.

Stanno scoprendo troppo oppure stanno solo giocando a fare il detective? Dylan è davvero innocente o sta ingannando Peter e Sam? Dylan non è amato dalla scuola: è un teppista, un idiota, fa casino in classe. Dice più volte che non è stato lui, che il problema non è neanche essere accusato di un crimine simile, ma di essere punito per qualcosa che non ha fatto. E la punizione è davvero grave: pagare i 100mila ed espulsione. Che significa niente college. Niente futuro.

 

La seconda stagione cambia un pochino registro. Peter e Sam hanno fatto successo, li conoscono. Ora cercano un nuovo caso interessante che gli viene offerto da una ragazza che frequenta una scuola cattolica. Se siete deboli di stomaco, forse questa è da evitare. Se nella prima si parlava di peni, bè… ora si parla di cacca.

Ho scoperto che ci hanno fatto pure una bufala sopra.

Comunque, qualcuno ha messo del lassativo nell’aranciata della mensa. Un lassativo molto potente. Tantissimi ragazzi, troppi hanno avuto un attacco di dissenteria. E la storia inizia: interviste, indagini, supposizioni… tutto per scoprire chi è stato e scagionare un ragazzo che sembra essere stato convinto a confessare, come in uno dei casi di Making a Murder.

Attraverso gli episodi, si scava a fondo nella vita dei personaggi. Si scoprono particolari su ognuno di loro fino ad arrivare ai finali di stagione, in cui tutti i nodi si sciolgono (o quasi). Gli ultimi episodi sono davvero belli, sono quelli in cui la maschera dell’indagine cade e si vede finalmente il volto del racconto. Non si parla di peni o di cacca, si parla di persone e lo fa attraverso indagini insensate e assurdamente seriose. Invece di parlarci della fragilità degli adolescenti con l’ennesima teen fiction, lo fa in modo particolare e originale. In questo modo, grazie alla tecnica della parodia, possono anche evitare l’odioso politically correct: i ragazzi parlano e si comportano come dei veri sedicenni.

Mi è davvero piaciuta molto, ho trovato gli studenti estremamente realistici, i professori e gli inservienti più o meno come li ricordo io e i particolari…

La camera di Dylan, con i poster delle band appesi e le mura scura, i ragazzi così diversi, chi aveva l’anello al naso e chi tutti i vestiti firmati, i video ripresi al cellulare, che per fortuna erano di qualità e non quelle schifezze che ogni tanto si vedono, c’è chi straparla, chi risponde male senza accorgersene, la paralisi quando l’intervistato si accorge di essere sotto accusa, l’imbranataggine di alcuni…

Ve la consiglio e, se non vi piace, vi consiglio di reggere fino all’ultimo episodio almeno della prima stagione.

 

Spero che questi nuovi articoli possano piacervi, sono meno approfonditi del solito, ma preferisco non addentrarmi in analisi, solo parlare delle serie che mi sono piaciute.

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