Netflix, A classic Horror Story

Questa recensione  sarà un po’ complicata, più simile a un’analisi. 

A classic horror Story, Netflix

Inizio con una breve introduzione spoiler free, nella seconda parte dovrò, per forza di cose, fare un po’ di spoiler. 

A classic Horror Story è un film italiano che, a livello tecnico, non teme il confronto con gli americani. Il titolo fa già presagire ciò che vedremo: uno slash classico, al punto che, se conoscete le regole del gioco, sapete già da subito chi sarà a morire e chi a sopravvivere. Fino a circa due terzi del film l’ho a dir poco adorato, riconoscendo anche buona parte dei riferimenti; poi il finale, ahimé, si perde in spiegazioni che sono davvero di troppo e simbologie che, sì, sono chiare nel significato ma non nel legame con la storia.

Peccato però, spero che “A classic horror story” possieda questi difetti perché abbiamo perso la cultura dell’orrifico e del fantastico (impregnando l’opera di una rabbia repressa che accusa i fruitori) e che sia solo l’inizio di una serie di film di genere tecnicamente valida ma con meno frustrazione addosso.

Da qui in poi, la parte spoiler. Si tratta SOLO degli ultimi venti minuti (se non ricordo male), il resto della trattazione l’ho trovata davvero ben fatta e degna di nota, il finale è stato proprio squallido, a mio avviso.

Il film mi è piaciuto fino al pezzo in cui la protagonista è inchiodata al tavolo con i suoi persecutori. Per me, poteva finire lì: con l’arrivo della polizia (SENZA dare ulteriori spiegazioni) e la tizia in rosso che se ne va. In questo punto avrei preferito un approfondimento sulla parte dell snuff movie, piuttosto che l’ennesima retorica sulle motivazioni della mafia. 

Da qui parte davvero uno spiegone che prosegue fino alla fine del film, con il post credit che, a parer mio, è davvero osceno.

Infodump assolutamente non richiesto sul pensiero della mafia

Finora solo accennato, tramite la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso (di cui ammetto la mia ignoranza, non avevo mai sentito), tutta la parte al tavolo del perché del rituale ha fatto perdere, a mio avviso, l’interpretazione che ne dovrebbe dare invece il fruitore.

Quella casa nel bosco

I riferimenti agli horror classici sono tantisismi, ma qui andiamo ben oltre la citazione. Ma mentre Whedon in alcune interviste ha detto chiaramente che voleva mostrare un punto di vista diverso  di chi si diverte guardando un horror, qui abbiamo un dannato messaggio contraddittorio: in parte critica a chi gli horror li guarda e in parte chi predilige quella reale. Il messaggio che vuole passare è che in Italia, un horror non lo possiamo girare. Non viene apprezzato perché violento e di cattivo gusto… ma, sempre gli italiani, sono attratti dal macabro reale, quello visto al telegiornale. 

È un messaggio troppo caotico e mal fatto, facilmente fraintendibile. Sembra voler accennare al fatto che chi dirige film horror sia uno psicopatico. Questo discorso è trito e ritrito, sui forum e sui social e non solo per quanto riguarda gli horror, ma qualunque narrativa di genere. Insomma, ho avuto l’impressione che stringesse l’occhio a chi la pensa in questo modo.

La protagonista vista come un salvatore mancato.

La domanda principale è: perché?

All’inizio la vediamo mentre sta andando ad abortire, il suo viaggio ha questo scopo. Osserva il quadro di un santo mentre parla con la madre. Alla fine viene inchiodata con i palmi alla sedia. Riesce a liberarsi e, come Cristo si aizza sui mercanti, lei si aizza contro il suo torturatore. E poi la scena finale, in caso tu non abbia ancora capito il messaggio te lo rendo in maniera poco credibile: una ragazza ferita attraversa la spiaggia, TUTTI la riprendono e nessuno l’aiuta (giusto a rimarcare già quanto detto dal regista psicopatico). Siamo seri, le cronache sono piene di persone che aiutano la vittima di turno, questo è qualunquismo bello e buono. Capisco il messaggio di turno di chi osserva senza fare niente, ma è stato reso malissimo. Lei che attraversa la spiaggia fino al mare e infine cammina fino ad affogare. Altra simbologia che cozza un po’ con il patto narrativo: tutti abbiamo provato a camminare sul fondo, sappiamo tutti che non è possibile. Inoltre andando a farsi benedire la battaglia interiore che si intuisce alberghi nella ragazza, non pienamente sicura di voler abortire (se si fossero concentrati su questa tematica, a mio avviso, sarebbe stato meglio).

Finito? No, post credit. 

Lo snuff movie viene visto nel deep web. Chat di persone che ne discutono, una persona lo vede in cinque minuti saltando le varie scene, lo critica “all’italiana” (che vi assicuro che non è propriamente solo italiana questa pratica) di gente che commenta negativamente senza aver visto il film. Altro luogo comune. 

Riassuntone

I messaggi, sul finale diventano caotici e… troppi: mafia; aborto, “in Italia non puoi fare horror ma sono tutti attratti dal macabro del TG fino a diventare morbosi” (che viene DETTO, non fatto intuire); la salvatrice che potrebbe cambiare le cose e si immola per… devo essere sincera, non ho capito; e infine, totalmente senza senso, il post credit finale, quasi come a pararsi dietro alle critiche negative: “se non ti è piaciuto, non lo hai visto e non lo hai capito”.

3 pensieri su “Netflix, A classic Horror Story

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