Act 5 | E di nuovo la luna testimone

Questa storia partecipa al contest di scrittura creativa Raynor’s Hall a tema LUPO.

Si tratta di un nuovo episodio delle Favole d’amore oscurosi tratta di racconti completamente auto conclusivi anche se legati l’uno all’altro, quindi non preoccupatevi che non c’è bisogno di sapere di quel che succede prima. Ho quasi intenzione di sfruttare il contest per andare avanti e darmi l’ispirazione per continuarle… vedremo con il prossimo tema.

Il rumore della cascata copriva ogni altro rumore. Amava il fracasso prodotto dall’acqua quanto odiava le domande insistenti sul suo rifiuto di avere un compagno, per lei facevano più rumore quelle voci che altro. La gente del villaggio aveva bisogno di parlare di qualcuno, almeno quel qualcuno era lei e non una persona più debole, tanto se ne sarebbe andata, prima o poi. Dietro il muro d’acqua c’era una piccola alcova in cui si rifugiava, raggiungibile senza bagnarsi e che usava come rifugio; aspettava la notte e poi tornava a casa con le erbe raccolte nei boschi, così da evitare gli sguardi guardinghi degli abitanti. Studiava da guaritrice, ma pensava di andarsene, magari avrebbe potuto fare il medico itinerante. Uscì dal suo nascondiglio per tornare a casa, quando lo vide. Era un ragazzo alto, muscoloso coi capelli neri raccolti in un codino. Era vestito con abiti larghi, come se non fossero suoi, e guardava qualcosa nel bosco. Cercò di riconoscerlo, ma non si ricordava di averlo mai visto, cosa strana visto che quasi tutti i ragazzi di quell’età le avevano fatto in qualche modo visita e che il villaggio non era molto grande.
«Vi siete perso?»
Il ragazzo si voltò e le sorrise.
«No. Non mi hai mai visto?»
La ragazza si sorprese, perché avrebbe dovuto conoscerlo? Lui sorrise di fronte alla sua espressione.

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Drawlloween 12 ottobre 2015 – Moon

Sto aggiornando il blog. Se ricevete dei pingback vecchi di secoli, dipende da questo. Chiedo scusa per l’eventuale disagio.

Ecco a voi la strega dell’ Act.1. Volevo fare qualcosa di più articolato ma non mi convinceva nulla, così sono andata sul semplice.

Qui la lista completa.

Fu in una notte come questa che persi la ragione.


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Act 4 | Luna Piena

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La via, che collega la terra e il cielo formata da piccole schegge di luce, sale piano piano. Leggera arriva alla luna, presenza costante nella mia vita. Poco per volta mi accorgo del mio irrimediabile errore, la rabbia svanisce, lasciando il posto alla cruda realtà. Mi alzo, ripenso a ciò che è stato e che non ritornerà più. Guardo le mi mani macchiate del suo sangue: ho fatto la scelta giusta? Ho perso il mio tesoro più prezioso… e, per quanto io continui a maledire il lupo immondo che l’ha portata via da me, la colpa è solo mia. È profonda la disperazione di un padre che ha perso la propria figlia. Sento il dolore fluire attraverso i miei occhi, sento la disperazione rimanere bloccata dentro il mio corpo di marmo e imbrigliare il mio cuore con catene sempre più strette… piegato dal fato, ripenso alla mia vita, e prego urlando: “Luna che sei sempre stata con me, aiutami”.
Era una fresca giornata di primavera e un leggero venticello soffiava tra i rami non potati, facendoli sbattere contro la finestra. Una giornata perfetta per una qualche scampagnata o anche per una giornata di compere. Lei, invece, da brava ragazza dell’alta società quale era, venne a presentarsi ai suoi vicini di casa. Clare. Fu la prima volta che la vidi: graziosa, non molto alta, capelli raccolti in un piccolo chignon sulla testa. Non mi ricordo portasse gioielli o avesse uno degli abiti sfarzosi che andavano tanto di moda in quel periodo. In effetti era una ragazza semplice, forse troppo semplice per quel periodo, ma non me ne preoccupai, anzi. Apprezzavo molto quella sottile ingenuità che quella ragazza ancora sapeva mantenere. Pura illusione di ciò che era in realtà, uno specchio per le allodole, forse. O forse, semplicemente, lei era così, e l’altra risultava essere solo la somma di una serie di fatti che avrebbero inevitabilmente cambiato chiunque. Due storie diverse le nostre, ma così simili sotto certi aspetti. Ciò che lei non sapeva era quello che stavamo vivendo noi, come io non sapevo ciò che lei serbava nel cuore. Entrò nella mia vita, pura e dolce come l’acqua di montagna. Parlammo per ore di qualsiasi cosa: arte, moda, passeggiate in campagna, fiori… Quando vide il nostro pianoforte impolverato le si illuminarono gli occhi. Senza chiedere nulla a nessuno, tolse il lungo panno che lo copriva, facendo scivolare per terra, alzando una nube di polvere, e alzando l’asse che copriva i tasti. Prese un fazzoletto dalla tasca e lo fece passare sui tasti, facendoli suonare. Rizzò la schiena, tossì leggermente e iniziò a suonare, accompagnando la sua musica con il canto. La sua musica risuonò nelle molte stanze della casa, facendoci scordare tutti i problemi, portandoci su una altra dimensione. Dolce musica, dolce canto che si sarebbe trasformata nel suo ventre in abilità di dipingere. La sua musica mi risuona tutt’ora nella mente, la sua voce resterà per sempre nel mio cuore. Quando smise di suonare tornai alla dura realtà. Si congedò e portò con se il piccolo raggio di luce che aveva illuminato per poco la nostra oscura vita.

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Act 3 | Amare. Solo una volta. E poi la fine

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In una villa bellissima, in mezzo a un bosco sconosciuto, abitava una donna stupenda. Si diceva che questa donna possedesse il dono della vita eterna,che potesse prolungarsi la vita. Una vecchia leggenda a cui pochi credevano. Nemmeno io, all’inizio. Abitavo in un villaggio di campagna, a quel tempo. Io e la mia famiglia, composta solo da mia madre e mio fratello, ci recammo in una villa in campagna per questioni di salute. Mia madre era cagionevole, così decidemmo di andare in un posto un po’ più salutare per lei. Purtroppo non bastò, passarono solo pochi giorni trasloco e lei se andò. Io e mio fratello rimanemmo soli. A lui bastò poco per riprendersi dalla morte di nostra madre, incontrò una ragazza e se ne innamorò perdutamente. Io, invece, non facevo altro che preoccuparmi della morte… la mancanza di mia madre si sentiva, di certo non ero più bambino ma non ero ancora un uomo adulto e avevo bisogno di una guida, di qualcuno che mi sostenesse… mio fratello fu fortunato: la trovò in quella donna. Io, al contrario, non facevo altro che leggere, leggere nella nostra biblioteca. Vampiri, streghe, maghi, demoni e infine i diavoli stessi. Avevo le conoscenze comuni sui diavoli, esseri malvagi che tentano gli uomini per condurli alla perdizione… avrei dovuto avene paura ma ero allettato dalla storia di Lucifero. L’angelo portatore di luce che sedeva di fianco a Dio, gli si ribellò e precipitò sulla terra.

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Act 2 | La notte della condanna. Padre, perdonatemi

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In questa notte di luna nuova io sono insieme a te. Non avrei mai creduto di stare insieme al mio nemico naturale… non avrei mai creduto di innamorarmi del mio nemico. Sfioro le tua braccia così piene di cicatrici, così ruvide, così segnate da anni di cacce. Osservo anche le ferite nuove, quelle non ancora rimarginate e le accarezzo. Guardami, guardami in questa notte senza stelle. La lieve luce che entra dalla finestra mi fa risplendere, risplendo nella notte oscura, risplendo come se io fossi la Luna, tua madre. Guardami in quel modo, anche se sai che questa è la nostra ultima notte di pace, anche se sai che potremmo non averne più di così belle. Ricordo la prima volta che ti ho visto, con sguardo carico d’odio ti dirigevi verso il tuo inferno. Mi abbasso sul tuo petto, ti annuso, tu apri gli occhi, finora voltati dalla parte opposta della finestra e ti giri verso di me. Sento le tue mani accarezzarmi la schiena e arrivare fino alle spalle cingendole con forza; i miei capelli neri, lunghissimi si fondono ai tuoi, diventando una cosa sola. Ti alzi, annusi il mio petto e ne assapori il sudore, insieme alla libertà e alla pace che forse non ritroveremo mai più perché questa notte abbiamo segnato la nostra maledizione, la nostra condanna a morte.

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Act 1 | Le mie mani scarlatte

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Da lontano. Lo guardava da lontano, lo aveva sempre guardato, sempre e sempre, ma sempre e solo da lontano. Lei era lì, aspettando una scusa per parlargli. Nel suo lungo abito di pizzo bianco, sontuoso, camminava per la strada selciata, sporca di fango laddove passavano i carri provenienti da fuori città. E lei viveva aspettando, sull’altro lato della strada, guardandolo come se a dividerli non fosse una strada ma un lungo fiume, profondo e agitato.

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